Il segno lasciato nell’immaginario pasoliniano dalla corsa di Anna Magnani in Roma Città Aperta si ravvisa qualche anno dopo nel film, da lui scritto e diretto, Mamma Roma (1962) dove l’attrice ha il ruolo della protagonista. Mamma Roma è una prostituta di borgata che, liberatasi del suo protettore, vuol rifarsi una vita e conquistarsi finalmente un’aura di rispettabilità. A tal fine acquista un appartamento nei casermoni dell’Inacasa – il massimo per lei del riscatto sociale -, si procura un lavoro “onesto” come fruttivendola al mercato e cerca di offrire al figlio Ettore una vita perbene. Il ragazzo però (c’è una somiglianza anche a detta dello stesso Pasolini col Tommaso di Una vita violenta), risucchiato dalla vita dei piccoli malavitosi di borgata, finisce in prigione dove muore. L’urlo e la corsa finale di Mamma Roma all’annuncio della morte di Ettore, rappresentano un dolore e disperazione molto simili a quelli di Pina in Roma Città Aperta.
Nelle Poesie di “Mamma Roma”, scritta da Pasolini sul set, è evidente il travaso tra arti figurative e letteratura: riallacciandosi al suo gusto per la pittura di Giotto o di Masaccio, lo scrittore ritrova in Anna Magnani che avanza chiedendo del figlio, un’immagine di mater dolorosa in cui riecheggia Donna de Paradiso di Jacopone da Todi:
Pecore e pastore,
un pezzo di Masaccio […]
Poi visione. La passione popolare
(una infinita carrellata con Maria
che avanza, chiedendo in umbro
del figlio, cantanto in umbro l’agonia).
Questa continuità tra le due forme artistiche è testimoniata più volte dalla produzione letteraria italiana del dopoguerra. Le popolane romane, protagoniste dei film del Neorealismo e così efficacemente interpretate nella loro forza e spontaneità da Anna Magnani, sono presenti in molta produzione letteraria a lei contemporanea. In Donne di Roma, un polittico che coglie diverse figure femminili presenti nella Città Eterna dalle aristocratiche alle operaie alle donne del popolo, Pasolini ritrae le fruttivendole romane, grandi, imponenti, iraconde, con voce e piglio da uomo, una vita fatta di una casa nera, piccola e vecchia, figli maschi e marito delinquenti, fannulloni e viziosi. Antichissime figure femminili dalla monumentale e perenne solidità che esercitano su di lui un profondo fascino («Perchè allora tanta grandezza? Perchè sembrano tante cupole di San Pietro? Perchè sono bufale o scrofe, veramente antiche, pure, vitali come bufale: sono nate prima che nascesse Cristo; la loro filosofia è quella stoica, discesa al popolo: per vivere bisogna lottare, non ci sono misteri»).
Donne senza tempo, forti, ruvide, disincantate che già Carlo Levi aveva colto in Cristo si è fermato a Eboli descrivendo Giulia, essere di «barbara e solenne bellezza», primitivo, sensuale, dalla forza indomita e selvatica («Era una donna antichissima, come se avesse avuto centinaia d’anni, e nulla perciò le potesse essere celato […]. Era, come le bestie, uno spirito della terra; non aveva paura del tempo, nè della fatica, nè degli uomini»), un tipo umano che, inurbatasi nelle borgate romane, avrebbe avuto buone probabilità di diventare una Mamma Roma. Levi, autore, tra l’altro di tre ritratti pittorici di Anna Magnani, ha più volte descritto le caratteristiche del popolino romano e le sue tipiche virtù: l’antichità, la forza, la salute, l’arte e la sincerità già pienamente rappresentate, in una sorta di poema epico, come dirà anche Moravia, dai sonetti del Belli.
In un pezzo del 1951, intitolato Il popolo di Roma, Levi accenna alle «potenti matrone, mercatesse e negozianti per lo più, che si trovano in cene e bevute interminabili, con l’allegria violenta, la libertà di linguaggio e la temibile forza di una società matriarcale». Il pensiero corre immediatamente al personaggio di Mamma Roma, alle sue canzoni oscene e beffarde durante il matrimonio del magnaccia con una burina, al suo banco di frutta e verdura al mercato, al figlio ladruncolo e al protettore prepotente e lascivo.
Guendalina Sertorio
Tratto da “Anna Magnani: una diva per intellettuali” – Cabiria, studi di cinema, ed. 2013

