Roma, 23 marzo 1956
Tutti coloro che in una recente sera – ed erano uomini politici, scrittori, giornalisti, attori – assistettero insieme con Anna Magnani alla visione privata de “La rosa tatuata” in edizione originale, uscirono intimamente convinti che l’Oscar non poteva che essere assegnato ad Annarella. La storia drammatica, umana, commovente della signora Delle Rose e del suo distacco dalla feticistica adorazione del marito scomparso al tepore dell’idillio nascente con Alvaro Mangiacavallo, l’empito del sentimento materno di quella italiana emigrata nei confronti della figlia Rose, erano resi con tale potenza dalla Magnani da creare una interpretazione indimenticabile.
Per una volta Hollywood non ha spento o sofisticato la spontaneità e l’immediatezza della nostra grande attrice. Quale il motivo? È facile spiegarlo. Bisogna ricordare che Tennessee Williams aveva elaborato proprio per lei “The rose tattoo” e avrebbe voluto che la Magnani ne fosse la protagonista sulle scene di Broadway. Ma Annarella, che non conosceva una parola d’inglese, declinò la lusinghiera offerta. Williams fece rappresentare a Broadway l’opera teatrale con altri attori, ma non rinunciò al disegno di vederla interpretata, almeno per lo schermo, dalla Magnani. Così, quando Annarella ebbe appreso l’inglese, Williams tornò ad insistere ed ottenne l’assenso dell’attrice.
Non si può nascondere che, partendo per Hollywood, la Magnani era abbastanza preoccupata. I metodi di lavoro così diversi, e così lontani dalla sua impulsiva e personalissima arte, le davano pensiero. Ma quando la vedemmo a Roma, nella sua abitazione di Palazzo Altieri, subito dopo il ritorno dall’America, era soddisfattissima. Ci narrò che il sistema di lavoro era stato ferreo ed estenuante, ma che sia il produttore sia il regista avevano compreso quale fosse il suo temperamento.
Anna aveva potuto essere lei, come è sempre nei suoi film. E ci disse che lo stesso Burt Lancaster, il protagonista maschile del film, era stato sotto questo aspetto un eccellente compagno di lavoro, spesso adeguando la sua recitazione a quella di lei. Soltanto quando abbiamo visto sullo schermo Lancaster nei panni del camionista Alvaro Mangiacavallo abbiamo potuto comprendere la verità di quel che Annarella ci aveva chiarito. Lancaster che, in un rapito soggiorno, ci aveva raccontato qualche anno addietro dei mesi trascorsi in Sicilia quale militare, durante la guerra, e del tempo passato ad Ischia per la interpretazione del gustosissimo film “Il corsaro dell’isola verde”, aveva avuto modo di trovarsi a contatto con la piccola gente di Sicilia e del Mezzogiorno. E tutti i ricordi di quel suo tempo di guerra e di lavoro egli ha richiamato alla mente per cercar di rendere sullo schermo la figura dell’emigrato di famiglia siciliana, Mangiacavallo, candido semplicione, gesticolante e invadente.
Ma è soprattutto la Magnani che domina dal principio alla fine il film, che schiaccia la piccola folla di oriundi italiani che popola lo schermo, che dà eccezionale vita e risalto a quell’angolo di suolo americano che ha trasformato in una casetta italiana, col suo giardino ricco di rose. La giovanissima e gentile Marisa Pavan, la sorella di Anna Maria Pierangeli, la asseconda magnificamente nel ruolo della figlia Rose. E verso quella fanciulletta in boccio, ancora aspra ed angolosa, ma dall’animo già aperto all’amore, Annarella effonde il suo geloso e trepido affetto impulsivo con una efficacia raramente raggiunta sullo schermo.
La sera che il film passò nella saletta di proiezione, alla presenza dello sceltissimo pubblico, Annarella, pallida di un pallore anche per lei eccezionale, sembrò rivivere tutta la storia della signora Delle Rose, tutte le sue sofferenze, tutti i suoi palpiti. Alla fine era estenuata. Ma il pubblico la colmò di applausi e di complimenti. La proiezione avveniva proprio mentre ad Hollywood veniva consegnato al produttore Hal Wallis il premio che i critici americani avevano decretato alla Magnani come la migliore attrice straniera per il 1955. Tutti si sentirono certi che quello era il preludio alla assegnazione dell’ Academy of art award, e che l’Oscar per la migliore protagonista femminile straniera sarebbe quest’anno toccato alla Magnani. La previsione veniva proprio nelle ore della vigilia confermata dalla più grande “pettegola” di Hollywood, Luella Parson.
Il pubblico che vedrà il film, dopo la presentazione al Festival di Cannes, giudicherà quanto sia stato meritato il premio che la Magnani si è guadagnato. E soprattutto sentirà con una sottile emozione quanto Annarella abbia messo dell’animo italiano in questa storia di italiani emigrati, e non solo per espressione di sentimenti ma anche nello stesso modo di parlare, alternando all’inglese, frequentemente, parole ed espressioni tipicamente romane, pronunciate in italiano.
Dal premio che in una grande gala romana le venne tributato dal Consorzio della stampa cinematografica tra l’affettuoso omaggio di tutto il mondo filmistico al premio decretatole a Hollywood, Annarella ha ottenuto per “La rosa tatuata” una collana di riconoscimenti che non possono non renderla felice. E sarà questo il migliore auspicio che accompagnerà la lavorazione del nuovo film che, proprio oggi, ella comincia a interpretare a Roma, nelle vesti e nel soggolo di una suora, suor Letizia.
Alberto Ceretto

