Nel decennale della morte, tardive rassegne e perfino una partita di calcio dedicate all’attrice

Eccola: è l’Italia dei rimorsi col passo del gambero, delle prese di coscienza ritardate e celebrative: quella che ci dà, oggi, Totò, a getto continuo, dopo avergli sputato in faccia da vivo, definendo totoate le sue geniali invenzioni.

È l’Italia della Televisione, che ha lasciato morire un regista come Valerio Zurlini, stressandolo con l’illusione becera dei cosiddetti contratti ponte e inducendolo ad autodistruggersi (quella stessa che non lesina finanziamenti ai film di vivaci ragazzotte).

È l’Italia letteraria, anche, che ha lasciato che Morselli si ammazzasse e Giuseppe Berto morisse, assai più che di mali fisici, di un’ingiusta, efferata emarginazione.

È, altresì, l’Italia di Massenzio, che ha enfatizzato spesso l’inutile, rilanciando retoricamente qualche personaggio disprezzato in vita, per scordarsene subito dopo l’esultate di comodo: valga, per tutti, il nome di Mario Bava, ingegnoso artigiano di horror.

Anna Magnani e Giuseppe Berto
Anna Magnani insieme a Giuseppe Berto, anni ’70 circa.

Tocca, stavolta, ad Anna Magnani.

Alla sua memoria (l’attrice scomparve dieci anni fa il 26 settembre – n.d.r. l’articolo è stato scritto nell’anno 1983) viene dedicata oggi la partita Roma-Milan. Domani, la provvida Rete 1, in diretta dal Teatro 8 di Cinecittà, trasmetterà Serata per Anna: spettacolo dedicato ad Anna Magnani nel decimo anniversario della sua scomparsa e aperto dal film Bellissima di Visconti.

L’iniziativa è dell’Associazione Internazionale Anna Magnani, in collaborazione con il Teatro di Roma, Cinecittà e la Rai. Precisiamo: l’Associazione è una cosa seria, forse l’unica, e le va dato atto; ma per il resto, temiamo fortemente, che calato il sipario e dato l’arbitro il fischio della fine, non resti che il solito: tanti saluti e amen.

Se non ci fossero stati, in questi anni, alcuni isolati sforzi biografici – e citeremo quello di Patrizia Carrano e Giancarlo Governi – di Nannarella avremmo ben poco, per quanto riguarda, soprattutto, un serio esame della sua personalità artistica, che poi si coinvolse con altri studi e parecchio soffrì a causa di palloni gonfiati, ma di specie umana.

L’Italia che arriva tardi, col suo dolo di valutazione, alla Magnani avrebbe dovuto pensarci in tempo, quando lei era in vita.

Noi, la solitudine dell’attrice l’abbiamo conosciuta; noi che in un libro antologico cercammo, nel cuore degli anni Sessanta, una valutazione culturale della sua figura e, guarda caso, di quella di Totò, ricevendone alzate di spalle e volgari battute.

Abbiamo, negli orecchi e sotto gli occhi, frasi dette o stampate, a firma di autorevoli datori d’opinione, il cui nome si tace per pietà e anche per non guastargli la festa, poiché è probabile che molti di essi siano coinvolti nelle attuali celebrazioni.

Tutto cambia, tranne i camaleonti italici, vedi certi autori al recente Festival di Venezia. Sceglieremo due frasi, a esempio; su Totò: «Che vale perderci penna? È un guitto senza spessore»; sulla Magnani: «È un’attrice che fa comodo ritenere grande, a vantaggio dell’archivio, ma che è sprovvista di più corde, è tetra, è rompiscatole, persino un po’ menagramo (secondo i produttori)».

Corre, ancora oggi, un luogo comune: la Magnani, la solitudine, se la cercò, con il suo carattere impossibile. Falso.

Quand’anche fosse, ditemi qual è quell’artista di coscienza che non diventa impossibile in un’Italia dello spettacolo che conosce tante bassezze. Bisognerebbe essere di pietra. Bè, la Magnani, che ora si cerca di pietrificare in fuggevoli monumenti, di pietra non fu.

Grazie siano rese a Pasolini, ad Alfredo Giannetti, e allo Zeffirelli teatrale, per averle dato tangibile prova di stima nell’ultima parte della sua vita. Ma gli altri?

Più alla partita che non a Teatro 8 di Cinecittà, saranno presenti molti produttori che si guardarono dal darle una mano, magari impiegandola nei ruoli di quel grottesco che l’aveva vista magnifica al fianco di Totò, sulle scene del riso.

Oggi, costoro, di mani gliene daranno due, applaudendone il nome, magari mandandolo subito al diavolo se la porta verrà infilata da un gol non desiderato.

Viva, dunque, l’Italia che sfrutta i suoi atti di contrizione per allestire i suoi rilanci alla moda, coprendo la sua noia e i suoi vuoti d’anima.

A quando una partita di calcio dedicata a Zurlini, Berto, Morselli, eccetera?. Ci sarebbe da allestire un campionato delle colpe di serie A, B e C.

Alberto Bevilacqua


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