In questa seconda puntata del suo diario nuovayorkese Anna Magnani racconta il successo di “Bellissima” e gli avvenimenti di suoi ultimi emozionanti giorni di permanenza in America

Studenti, ragazze, mi aspettavano all’uscita dell’albergo. Qualcuno era munito di una piccola macchina fotografica. «Miss Magnani, una foto! Non tornare più a Roma. Resta qua», mi gridò da un gruppo una ragazza italiana prima che io salissi in macchina.

Per la strada mi sentivo ogni tanto chiamare per nome. «Qui te chiamano per nome come a Roma», mi faceva Natalia. Questo proprio non me l’aspettavo.

Mi fermò un prete, un pomeriggio. «Anna Magnani, urlò, sapevo dai giornali che lei era a New York». Era italiano. «Che fortuna incontrarla, Anna Magnani!» seguitava a urlare. «Ma perchè urla così?» pensavo io. «Anna Magnani, proprio lei in persona, che fortuna, seguitava, io vengo dall’Italia, sono un suo grande ammiratore, sa; lei è la mia attrice preferita, ho visto tutti i suoi films, sa, non ne ho perso uno!». «Ma padre, non è proibito per voi andare al cinema?» azzardai io. «Sarebbe, sarebbe, ma io sono un artista, sono un poeta, ho scritto un libro di poesie, vorrei dedicarglielo!».

La mattina dopo bussarono alla porta della mia camera. «Anna, c’è quel prete di ieri, t’ha portato il libro – disse Natalia – ti vorrebbe salutare». «Natalì, dico, so’ in camicia da notte». E padre… se ne andò con una mia foto, e la promessa che per la sera del mio gala avrei mandato un biglietto di invito, cosa che poi mantenni.

Il pomeriggio seguente, cocktail per la stampa. In un appartamento del Plaza Savoy ho ricevuto circa cinquecento persone. Jonas era fuori dalla gioia. «Dì ad Anna – pregò Natalia di tradurmi -, che tutti hanno risposto all’invito. Non era mai successo». Natalia, insieme a me, era felice. «Dì ad Anna – seguitò Jonas – che a questa stessa ora c’è in un altro albergo di New York, un altro ricevimento per una famosa stella della… e disse il nome di una grande Casa cinematografica, e ci sono settanta persone». Jonas era trionfante, Natalia con gli occhi pieni di gioia aggiunse: «Forza Nannarè!». Non nascondo che mi gonfiai come un pavone.

Giornalisti, proprietari di cinema, distributori, attori, attrici, e donne, una quantità di donne.

«Anna, questa è la Anderson, la più grande attrice americana di prosa». «Nel mio cinema è stata proiettata per la prima volta Roma città aperta». E con queste parole mi sentii abbracciare. «Natalì, che dice questa ragazza?». «Dice che il tuo viso è bello». Mi venne da ridere. «Dille che è la prima volta che me lo sento dire».

Ma quella seguitava, mi fece un lungo discorso per spiegarmi che era bello. E Natalia traduceva e ancora traduceva dall’inglese all’italiano e viceversa.

Fino alle otto di sera fu un incrociarsi di domande, risposte, strette di mano, abbracci. «Natalì, traducimi per favore!». Natalia era a pezzi; Jonas, sempre più soddisfatto, ogni tanto mi abbracciava. «Anna te lo piglieresti un caffè?» fece Natalia con un filo di voce. «Sì», urlai io. Jonas ci chiuse in una piccola stanza, ci fece prendere fiato e dopo il caffè ricominciammo.

Alle nove eravamo in hotel sfiniti, ma felici. «Anna, quando tornerai a Roma, ti renderai conto di quello che è successo intorno a te?» disse Natalia con quel po’ di fiato che le era rimasto.

Oggi lo capisco, ma quella sera m’era venuta addosso una gran voglia di divertirmi. «Andiamo a ballare», feci. Jonas scoppiò insieme a Irvin in una fragorosa risata. L’unica che non rise fu Natalia. «Nannarè, tu hai deciso d’ammazzarmi», e tutti e quattro andammo a vedere quel fenomeno di Jimmy Durante. Quello che è capace di fare durante il suo numero è indescrivibile, non lo dimenticherò mai.

Di Renzo, nessuna notizia. Sandro lo aveva visto un momento al cocktail, anche lui era felice, ma con un po’ di malinconia. «Parto domani», mi disse. In fondo mi dispiaceva che partisse; in quei suoi pochi giorni di permanenza, insieme a Renzo, ci eravamo fatti un sacco di risate. «Non torni per la sera del gala?». «Magari, se posso, ciao Anna, vuoi niente da Roma?». «No. Salutamela!» dissi con una punta di nostalgia. «Dille che torno presto».

E Roma mi ritornava alla mente, Roma così dolce, così maestosamente bella. «La prima cosa che voglio fare quando torno, è vedè il Campidoglio de notte, e la terrazza del Pincio; io e Micia». Micia che nel frattempo aveva dato alla luce, a mia insaputa, tre cuccioli neri come il carbone, di padre ignoto. Ancora oggi non riesco a capire come e quando simile incidente sia avvenuto. Vigliacca di una Micia!

«Anna, devi venire all’Accademia Musicale di Brooklyn. Gli italiani vogliono vederti, e poi la mia compagnia ci recita il Conte di Montecristo», mi telefonò una sera Giorgio Nunes.

Brooklyn è il quartiere italiano e Giorgio un mio caro e vecchio amico. E’ un ricchissimo industriale che ha una passione per il teatro maggiore di quella che ha per i suoi affari. Ha riunito una quindicina di attori italiani, fra i quali la moglie Anna adatta, per il teatro, lavoroni come il Conte di Montecristo, e giù a far recite. Spettacoli in nove, dieci quadri, recitati e scritti con una ingenuità e una passione commoventi. Ma la cosa che più mi commosse fu il pubblico. Un pubblico di gente semplice, oserei dire primitiva.

Piangono, ridono, urlano e fischiano al cattivo. «Vedi Anna, questo pubblico mi commuove» mi diceva Giorgio, in arte Giorgio Mauri, sudano dietro le quinte fra una scena e l’altra. «Dio solo sa se io ho da fare, ma non posso più fare a meno di recitare per loro. Sarebbe un tradimento, se li lasciassi». E giù pistolotti, e giù applausi a scena aperta.

Quando, finita la recita, Giorgio annunciò la presenza di una attrice italiana, «E’ venuta per voi. E’ la nostra più…» e giù complimenti, il mio nome fu, prima che mi vedessero, sulla bocca di tutti.

Restai sola davanti al grande velario, sola davanti a quel patetico pubblico. Tentai di far loro un bel discorso; ero come paralizzata. Ci sono due cose che mi mettono in serio imbarazzo: posare per i fotografi e fare discorsi al pubblico, figuratevi poi in una situazione come quella!

Dopo ci fu un’invasione di donne in palcoscenico: rendevano omaggio a Giorgio, il loro idolo, e volevano vedere me da vicino, mi si strinsero tutte intorno. «Ce l’hai tua madre?» mi disse in dialetto una vecchia donna. «Si», risposi. «Ti benedico come se fossi lei».

Ritornammo a New York. «Nannarè, hai visto che feste che te fanno?» fece Natalia in macchina stringendomi una mano. Sorrisi ancora stordita.

La serata finì con un gruppo di carissimi amici miei italiani, tutti giornalisti, c’era Indro Montanelli, Gianni Granzotto, Colette Rosselli, Gina Raccà con suo marito. Dopo cena, tutti da me in albergo.

«Come mai hai il pianoforte e non la televisione?» chiese Indro. «Te dirò, ce l’avevano messa, ma non gliel’ho fatta a sopportalla, me faceva diventà nevrastenica, co’ tutte quelle figure sempre sfocate, così l’ho cambiata col pianoforte». E cantammo fino alle tre di notte.

«Qui domani vedrai che me cacceno via». «Qui uno in camera sua po’ fa’ tutto quello che je pare». «Pure se fai cagnara?». «Pure se fai cagnara», concluse Natalia. Fu una serata di autentico e schietto buon umore.

La mattina dopo, da Leoni, un famoso ristorante italiano, ero a colazione con circa venti critici americani. Era il mio ultimo impegno ufficiale. Cinque giorni dopo, avrei avuto il gala di Bellissima, ma i critici in America non intervengono mai, nè ai gala, nè alle visioni private.

Vedono il film alla prima insieme al pubblico. Tutto andò bene, in un’atmosfera amichevole e cordiale.

Verso la fine della colazione, nella grande sala da pranzo, ci fu un’invasione di camici bianchi, di cappelli da cuoco: era il personale del locale. Tutti italiani. «Viva Anna Magnani!» gridarono.

Saranno stati quaranta, uomini e donne. «Di’ loro qualcosa», mi sussurrò Natalia.

Io guardavo i loro volti con tenerezza, gli occhi delle donne erano lucidi. Si fece un gran silenzio, chinai la testa per non commuovermi, per non piangere, ma gli occhi si riempirono ugualmente di lagrime, e piansi coprendomi i viso con le mani, piansi silenziosamente, impressionata dal silenzio che mi circondava.

Anna Magnani a New York

Quando alzai la testa non credetti ai miei occhi. Anche i critici, i duri critici americani, erano emozionati, e qualcuno di loro aveva gli occhi lucidi. «Siete una meravigliosa creatura», disse il più importante che sedeva alla mia destra.

Baciai tutti i miei italiani. «Anna, salutaci l’Italia!» disse una donna con le lagrime sulle gote. «Anna, tu hai regalato la capra al paese mio, lo sai, quella del Miracolo». Un ragazzo, avrà avuto diciotto anni, si fece prima rosso in viso, poi mi baciò quasi sulla bocca. Tutti scoppiarono in una fragorosa risate.

Renzo lo vedevo sempre più raramente. Di tanto in tanto si presentava da me e: «Hai preso le vitamine?» mi diceva, tanto per dire qualcosa, oppure: «Anna, stasera c’è un party divertente».

Un pomeriggio alle tre venne in camera mia, s’infilò di corsa dentro il mio bagno. «Ma ‘ndo ‘va, questo? Non ce l’ha il bagno suo?» pensai. Andò di fronte al grande specchio, si fece un balletto da fermo muovendo solamente il bacino. «Ciao, Anna», disse, infilò la porta e scomparve. Rimasi senza fiato. «Questo non me lo riporto mica sano a Roma», pensai, seriamente preoccupata.

Si avvicinava il giorno del gala. Il film sarebbe stato visionato nella sala del Museo d’Arte Moderna, avvenimento, mi dissero poi, molto importante.

Una notte, alle due squillò il telefono. Risposi. Avevo lasciato Natalia da poco, pensai che fosse lei. «Pronto?». Una voce timorosa e dolce era all’altro capo del filo «Signora Magnani, lei non mi conosce». Non potei arrabbiarmi: la voce era così garbata. «Io sono una vecchia attrice italiana, lavoro da molti anni a New York, mi chiamo Rossana Sammarco, ho avuto anch’io il mio momento di gloria a Roma». Stetti al telefono con lei a lungo, come fosse stata una vecchia conoscenza. Sentii una profonda tenerezza per questa signora che, sola, era finita quaggiù. «Non mi vuol vedere?» le chiesi. «Non importa, non voglio disturbarla, mi basta aver sentito la sua voce». «Le manderò un biglietto per la sera del mio gala». Sentii la voce commuoversi nel ringraziarmi.

La sera della prima mantenni la mia promessa. Mai sono stata così contenta di aver fatto questo gesto verso una mia sconosciuta collega.

Gli ultimi quattro giorni mi ammazzai di stanchezza in giro per i negozi. Ero incantata. Se avessi potuto avrei comprato tutta New York. Tornavo la sera a casa morta, e Natalia più morta di me. Povera Natalia, aveva pensato che, finiti i miei impegni ufficiali, si sarebbe finalmente riposata, ma io avevo preso il via e non mi fermava più nessuno.

Il mio appartamento era diventato una specie di deposito per merci in partenza. Scatole, pacchi, valigie vecchie e nuove. Io giravo in mezzo a questa specie di mercato con le mani nei capelli. Arrivava per me il momento più tragico: rifare le valigie. «T’aiuto io», diceva Natalia dandomi e dandosi coraggio, ma con l’espressione di chi ha perso ogni speranza.

Quella sera alle otto il telefono squillò. «Sono Marlon Brando. Parlate inglese, miss Magnani?». «Poco. Parlate il francese, voi?». «Poco», rispose. «Andiamo bene», pensai. Natalia era andata a cambiarsi, mi sentivo perduta. Alla meglio cercammo di capirci. «Vorrei vedervi. Cosa fate domani sera?». «Purtroppo non potrò venire al vostro gala, ho già un impegno preso da parecchi giorni, ma cosa fate domani sera?». «I bauli – risposi io – ma potete venire ugualmente alle otto a bere un whisky da me». E l’indomani sera Brando arrivò con un viso dolce e timido, e con una rosa rossa infilata in un piccolo strumento africano.

Ci guardavamo incuriositi. Pensavo di veder arrivare il Brando delle grosse interpretazioni, violento e profondo. E lui guardava me. «Pensavo d’incontrare una donna alta e fatale, con una grande vestaglia», disse. Mi sentii imbarazzata. Ero tutto il contrario. «Lovely» aggiunse, prendendomi le mani.

E così, dopo il whisky, con me e Natalia al limite delle nostre forze, tutti e tre finimmo a cena al quartiere cinese in un piccolo restaurant. Brando era adorabile. «Buono Anna?». «Buono», rispondevo io senza avere la più lontana idea di quello che stavo mangiando. «Adesso vi porto a fare una gita sul battello, scendiamo all’altro capo di New York». Io e Natalia ci guardammo terrorizzate, e sempre di corsa ci incamminammo a prendere il battello.

Stava quasi partendo quando arrivammo. «Corri, Natalia, se no lo perdiamo», facevo io ormai divertitissima e con una ruzza addosso come una gatta impazzita. Cominciò a piovere. «Mo’ piove pure!» agonizzava Natalia. «Che jè fa? Cammina!» incalzavo io.

Il tutto per incanto divenne meraviglioso. New York si allontanava imbrillantata, non sentivamo nemmeno freddo, i nostri nervi cominciarono a rilasciarsi, e ci godemmo l’incantevole spettacolo di una serata in verità diversa dalle altre. Sembravamo tre ragazzi che avevano marinato la scuola. La stanchezza passò d’incanto.

Rientrammo all’una. Fu quella una delle più belle serate passate a New York!

La sera della prima arrivò. Durante tutto il giorno mi ero preparata quattro, cinque frasi in inglese. Le ripetevo continuamente, in bagno, facendo le valigie. Ero proprio soddisfatta di me. «Che ce vo’ a parla’ inglese, quando uno sa quello che deve di’?». «Sentite», feci a Natalia e a Jonas quando vennero a prendermi. «No!» urlarono veramente sorpresi e divertiti. Erano felici di questa mia improvvisata e mi guardavano con una certa tenerezza. Io dal canto mio mi sentivo un po’ come le ragazzine quando dicono la poesia a Natale.

Anna Magnani Museo Arte Moderna New York

Un’ora dopo, sul palcoscenico del Museo d’Arte Moderna, dopo il perfetto discorso del direttore al pubblico per presentare me e il film, io feci la più bella figura da cane barbone che un’attrice possa fare. Cominciai in inglese, seguitai in francese e finii in italiano.

Ma il film fu un successo, un vero successo. Non credo di peccare di immodestia se faccio questa dichiarazione. Reputo sia un dovere verso me stessa, verso Visconti, mio regista e caro compagno di lavoro, e verso tutti quelli che hanno lavorato e collaborato nel film stesso. Penso sia un dovere soprattutto verso il mio pubblico, dare la cronaca esatta di quanto mi è successo in America.

Il giorno dopo partii. «Anna good-bye!» mi gridò un autista dal suo taxi. Non dimenticherò molto facilmente tutte le emozioni ch eho provato a New York; non dimenticherò mai quello che ho ricevuto da questa sconcertante città, così dura, e nello stesso tempo così umana.

Renzino, vicino a me sul ponte, mentre il piroscafo si allontanava, era crollato. «Ti dispiace di lasciare New York?». Uscì dalla sua bocca una specie di ruggito. «Be’, almeno per sette giorno dormi, non vedi come te sei ridotto!».

Alle otto di sera bussò alla mia cabina, era in smoking. «Questo è matto, vo’ morì», pensai. «Ma dove vai adesso?». Era triste da morire. «Anna, ho fatto un giro nel salone». «Be’?» feci io. «Non ci sono che vecchie su questo piroscafo». Scoppiai in una risata. «Meno male, allora siccome l’unica bona so’ io, mo’ te calmi pe’ forza».

Così, dopo esattamente un mese e dieci giorni, rientravo a Roma.

«Ahò, corri, annamo a pija’ le valigie della Magnani. Corri!». Mi si allargò il cuore. «Qui non me sbaglio a parlà», pensai.

Sandro, Gemini, Di Sarlo, la Radio, erano tutti a ricevermi. I facchini tutti intorno a me incuriositi e festosi. Mi accompagnarono alla macchina.

«Anna, dimme un po’, come stanno gli italiani in America?» mi chiese uno di loro col viso quasi preoccupato; poi con un largo sorriso aggiunse: «Se sta mejo a Roma, da’ retta, Nannarè!».

Arrivai a casa mia: Micia mi divorò dalle feste, quasi impazzita, urlava, piangeva, rideva, mi deve aver raccontato tutti i suoi guai nel suo linguaggio, non l’avevo mai lasciata per tanto tempo.

Spalancai subito le porte e dal mio terrazzo salutai Roma. Micia era vicina a me, anche lei guardava Roma, anche lei sembrava dalla espressione dei suoi occhi che la rivedesse dopo tanto tempo. Roma! Roma così diversa! Così maestosa, così dolce!

La guardai bene a lungo, guardai tutti i suoi tetti, tutte le sue cupole, e più lontano ancora, il Gianicolo; tutto guardai.

Non avevo dimenticato nemmeno il più piccolo tetto, le sere che mi addormentavo a New York con Roma negli occhi.

Anna Magnani
© Riproduzione riservata
(Foto copertina: Anna Magnani e Farley Granger)

Fine seconda parte. Leggi la prima parte…


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