Anna Magnani racconta Anna Magnani
Mi hanno dipinto come una povera trovatella malaticcia e schernita da tutti, ma non è vero – Sono cresciuta a Roma, allevata amorevolmente dalla nonna e da cinque zie – Purtroppo, mi è mancata la presenza della mamma, che viveva in Egitto e quando avevo nove anni mi mandò in collegio – Ho sempre amato gli animali e, per sottrarla alla morte, ho dormito con una gallina – Non mi è mai piaciuto dire “grazie” a nessuno

Lo so, assomiglio alla mia cavalla, un animale nobile, coraggioso, nervoso. Più che dalla ragione, la mia vita è guidata dall’istinto. Corro contro il vento, gli ostacoli, i dolori e, nonostante le mie gambe storte e magre e la mia groppa un po’ troppo generosa, sono bella.

Ancor oggi ho tutte le speranze, tutte le gioie, tutti gli affanni della mia infanzia.

Niente è veramente cambiato, neppure la mia solitudine… una solitudine che mi ama forse più di quanto non l’ami io, che mi si appoggia addosso, mi entra nella pelle, nell’animo.

Però per non sentirmi sola mi basta soffermarmi a guardare il muro di una stanza, il verde di un albero o di un prato, un campo di grano sotto un cielo coperto di nuvole. Posso restare anche mezz’ora a osservare una formica, a cercare di capirla, a sognare.

La Magnani! Si è detto tutto sulla Magnani! Si è parlato delle mie collere, di Rossellini, delle mie crisi, della mie emozioni troppo violente. Mi si è dipinta come una povera trovatella malaticcia e schernita da tutti.

Be’, a questo punto, se permettete, mi metto a ridere, come una pazza. Dovrei arrabbiarmi, esplodere in una violenta crisi di collera? No, cari miei, la Magnani non si arrabbia per simili sciocchezze.

La verità, allora, ve la racconto io.

Anna Magnani racconta Anna

Anna con le zie Dora e Italia

Sono nata a Roma, in un immobile situato nei pressi del Campidoglio, con vista sul Palatino. Sono stata una bambina felice, amata e vezzeggiata da una famiglia borghese. No, non eravamo molto ricchi, in casa, ma eravamo molto uniti.

Ognuno lavorava duro, e per noi andava bene così. Vivevo con mia nonna, le mie cinque zie Dora, Maria, Olga, Rina, Italia e mio zio Romano.

Mia nonna, che personaggio fantastico! Un angelo. Una forza. Il fuoco. La dolcezza. Il velluto.

Era bellissima, con quel suo viso dai lineamenti finissimi. Era una donnina minuta e fragile, e al tempo stesso mi sembrava enorme. Si, perchè rideva sempre, e parlava, parlava, parlava, di tutto e di niente, e soprattutto dei suoi capelli bianchi.

Spesso andavamo tutte e due a passeggio per le strade di Roma. Lei mi teneva per mano e mi diceva: «Anna cara, te ne prego, cantami qualcosa».

Sorrideva, e allora io cantavo : “Io t’ho voluto bene a te / tu m’hai voluto bene a me / Reginella piccina adorata…“.

Chi si ricorda di questa vecchia canzone napoletana? La cantavo a voce bassa, e la nonna si chinava su di me per sentirla meglio e mi diceva: «Canta, canta ancora».

Era così felice, la mia nonna, quando cantavo.

A volte la sua voce si univa alla mia, e cantavamo tutte e due, affrettando il passo, come se il nostro cuore si fosse messo a danzare. Quando arrivavamo davanti a una pasticceria, frugava nella sua borsa alla ricerca di qualche soldo e mi comprava una pasta. Mentre la divoravo, i suoi occhi mi seguivano felici, ridenti.

Rivedo la cucina della nostra casa. Avevamo anche una sala da pranzo, ma preferivamo stare nella nostra grande cucina, dal pavimento di mattonelle marroni a fiori.

In fondo, c’era una cucina economica a carbone, blu e bianca. Sopra, un ripiano dove erano appoggiate le lampade a petrolio, le scatole delle spezie, il calendario. Sulla piastra centrale, d’inverno, c’era sempre una cuccuma che cantava.

La porta-finestra dava su una terrazza piena di vasi di geranio. La nonna aveva deciso di allevare in terrazza dei polli, che andavano e venivano all’interno della cucina. Li amavo molto.

Io amo tutti gli animali. Un cane, per esempio, è bello, è poesia, è natura, è autentico, non mente. Io trovo che lo sguardo di un animale, la sua dolcezza, la sua stessa presenza sono veri come tutti i miracoli che ci offre ogni giorno la natura. Gli uomini, invece, che cosa ci offrono?

Si, amo gli animali. Ricordo che avevo una gallina. Era piccola, tutta nera, con un ciuffetto di piume sulla testa. Forse non era intelligente, ma a me piaceva così. Be’, una sera, dal fondo della mia stanza, sentii che mia nonna la voleva ammazzare. La nascosi nel mio letto, e dormii con lei tutta la notte.

A tavola ero sempre seduta tra mia nonna e mio zio. Unica bambina della famiglia, sedevo con la testa tra le mani e ascoltavo le loro conversazioni.

La zia sarta parlava di stoffe con la zia modista, la zia impiegata parlava del suo lavoro o prendeva in giro lo zio Romano, che era l’unico maschio della famiglia ed era il beniamino della nonna, che si era tanto sacrificata per lui.

Anna Magnani con caneEra tutto molto bello e allegro: nove persone che si amavano e vanno d’accordo non si trovano tutti i giorni, no?

Mi piace parlare della casa che mi ha visto bambina. Spesso, quando sono a Roma, passo sotto le finestre e le guardo.

Ho voglia di salire i quattro piani, di bussare alla porta e dire: «Buongiorno, sono nata qui, posso entrare?». Avrei una voglia matta di comprarla, quella casa. Lo farò. Sarà come entrare nuovamente nel grembo di mia madre. Una così bella casa, sul Campidoglio, con vista sul Palatino! Si, sarà come ricominciare a vivere.

La mia stanza era là, alla seconda finestra a destra. Che bella la mia cameretta. Era tutto, per me. Così semplice, così ordinata. La pulivo tutti i giorni, volevo che fosse come un castello.

In quella stanza ero sola al mondo, imparavo che cosa significa la solitudine. Allungata sul letto, gli occhi chiusi, sognavo. Era il mio gioco preferito. “Sono al mare. C’è il sole, ci sono le onde, la sabbia è calda. Adesso piove, e la terra emana il suo inconfondibile odore di terra”.

Viaggiavo molto lontano con la mia fantasia. Attraversavo muri, scalavo montagne, camminavo, camminavo, senza che nessuno potesse fermarmi. Leggevo molti romanzi di cappa e spada, Michele Zevaco, I tre moschettieri.

Ho detto che ero allegra? Davvero? Non è vero. Non ero allegra, non potevo esserlo, perchè mi mancava mia madre.

Forse è questa la mancanza che mi ha riempita di complessi.

A casa sentivo spesso parlare di mia madre. Guardavo l’album delle fotografie e ne ero molto orgogliosa. Mamma era bellissima, bruna, con gli occhi color dell’acciaio. Avrei tanto voluto assomigliarle. Purtroppo, però, io vivevo con la nonna, non con la mamma, e quano ero allungata sul letto non potevo parlarle dei miei sogni e delle mie fantasticherie, non potevo sentire la sua voce, il calore del suo affetto.

Le scrivevo spesso in Egitto, dove mamma viveva con la mia sorellastra, che non conoscevo.

Io le scrivevo e lei mi mandava dei bei vestiti di seta, molto raffinati. Strano, vero? Appartenevo a una famiglia, diciamolo pure, povera, e ricevevo vestiti da principessa.

Eravamo dunque così diverse, io e mia madre? Avevo l’impressione che lei non mi amasse come l’amavo io. Avrei tanto voluto mostrarle che ero capace di…

La prima volta che la rividi avevo nove anni, la seconda quindici. Questo secondo incontro avvenne in Egitto, dove ero andata a trovarla. Ero molto fiera, era la prima volta che facevo un viaggio così lungo.

A Napoli mi imbarcai sull’Esperia, la più bella nave che allora collegava Napoli con Alessandria d’Egitto. Sulla nave sognavo, ah come sognavo.

Quando vidi l’Egitto, mi sembrò un mondo appena uscito dalle pagine di un libro. Avevo letto l’Atlantide, e quello che vedevo era proprio l’Atlantide.

Poi vidi mia madre. Lei rise, ed io risi. Indossavo un ridicolo cappello che la divertiva e io mi divertivo a vederla ridere. E pensare che me l’ero messo per essere bella e farle buona impressione… Da quel giorno non ho mai più messo in testa un cappello.

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Mamma mi piacque subito. Adoravo il suo modo di parlare, di raccontare le cose. Ha un senso fantastico dell’umorismo, mia madre. Se vuole, è capace di farti ridere fino alle lacrime per ore intere. E che temperamento! E’ una donna nobile e coraggiosa.

Conobbi anche mia sorella. Aveva quattro anni meno di me e andava a scuola. Per me, invece, era l’eterna vacanza. Mi portavano al ristorante, al cinema.

Mamma era sposata con un austriaco e viveva in una casa splendida. Ogni giorno andavamo a mangiare in palazzi lussuosi. Purtroppo, non riuscii a conquistarla veramente.

Nonostante la gioia di essere con lei e il lusso che mi circondava, m venne presto la voglia di tornare a Roma. Di colpo, sentivo la mancanza della mia povera casa, con le zie che la sera, al ritorno dal lavoro, raccontavano le loro cose, i piatti da lavare.

Qui, circondata com’ero da domestici, l’atmosfera era completamente diversa, non c’erano più i gerani, i polli, la mia camera e, soprattutto, mia nonna.

Adesso mi rendo conto che, a quindici anni, non potevo pretendere da mia madre le coccole che mi aveva fatto la nonna quando ero piccola. La nonna mi prendeva sulle sue ginocchia, mi metteva a letto, mi pettinava, mi raccontava le favole.

Io ero dispettosa. Qualche volta, mentre per farmi addormentare mi raccontava una favola, io mentre lei si allontanava dal mio letto, gridavo «Ancora una, ancora una favola».

In Egitto, era tutto diverso. Ero troppo grande, ormai, per pretendere di essere ancora una bambina.

La scuola non mi è mai piaciuta. Come io sia riuscita a frequentare il liceo rimarrà sempre un mistero.

Non facevo mai i compiti, non studiavo le lezioni, eppure riuscivo sempre, grazie alla mia straordinaria memoria. Mi piaceva soltanto il pianoforte.

Mia nonna non si occupava dei miei studi, né si è mai chiesta come mai, sola tra tutti i bambini di sua conoscenza, io non facessi compiti. A lei tutto sembrava normale.

Così, quando a nove anni incontrai per la prima volta mia madre, che era venuta dall’Egitto a trovarmi, dovetti fare i conti con lei. «Ma come», mi disse «non sai né leggere né far di conto?», e decise immediatamente di mettermi in collegio.

La nonna non disse niente, le zie rimasero mute, con la testa nei rispettivi piatti. Ai miei occhi, la mamma apparve improvvisamente come un mostro di ingiustizia.

Entrai in collegio con la morte nel cuore. Ero talmente triste, che avrei voluto che piovesse, così almeno anche l’atmosfera sarebbe stata più adatta al mio stato d’animo. Era estate o inverno? Poco importa, nella mia piccola testa tutto era nero. Ad ogni modo, il primo pensiero che mi venne alla mente fu quello di andarmene, di evadere.

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Una domenica, io e due mie amiche ci nascondemmo all’ultimo piano, nella sala delle docce, e aprimo tutti i rubinetti, poi, serene e angeliche, andammo a messa. Un’ora dopo, al nostro ritorno, tutto l’edificio era inondato e le suore correvano di qua e di là come impazzite. Avevo vinto il primo round.

Non contenta, due settimane dopo, con le stesse amiche, ci mettemmo a recitare in classe una pantomima durante l’ora riservata allo studio. La suora che ci sorvegliava era molto miope e non riusciva a capire perchè tutta la classe si rotolasse dalle risate.

Lo capì però la madre superiora, che, dopo aver rischiato un infarto, ci punì privandoci della frutta e della libera uscita e facendoci balenare lo spettro delle fiamme dell’inferno per l’eternità. «Per tre domeniche non vedrai tua nonna», mi disse minacciosa.

Tornai dalla nonna

Questo, per me, era veramente troppo. Come avrei potuto continuare a vivere in quella prigione senza il conforto delle poche ore di libertà a fianco della nonna? E la nonna, come avrebbe reagito? Lei, del resto, non aveva mai mandato giù la storia del collegio.

Così, quando la superiora la mandò a chiamare e in mia presenza le comunicò che, in conseguenza della mia marachella, sarei stata “consegnata” per tre settimane, la nonna disse: «Ma cara madre, domenica si sposa una delle mie figlie e io non voglio privare la mia piccola Anna del piacere di partecipare alla festa». Non era una scusa. In effetti, domenica si sarebbe sposata la zia Italia.

«Se Anna esce di qui», ribattè seccatissima la superiora «non ci rimetterà mai più piede». Era quello che la nonna aspettava. «Ma la terrò io», esclamò. «Vero, Anna? Su, corri a fare le tue valigie».

Non appena fummo in strada, ci mettemmo a cantare Reginella. La nonna era talmente felice che decise di portarmi al cinema. Andammo a vedere Lo sceicco bianco, con Rodolfo Valentino. Mi pareva di sognare. Era così bello!

Ma devo ammettere che, se lo avessi incontrato per la strada, non gli avrei né parlato né chiesto un autografo. Sarei morta, piuttosto. A me non piace chiedere, né mi piace dire “grazie“. E’ talmente umiliante dipendere dagli altri…

Anna Magnani

(intervista raccolta da L. Valentin)

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