Anna Magnani, La Lupa, Teatro Quirino
«E’ ANDATA!» dice con l’esclamazione solo negli occhi. Il tono è una espirazione soffocata perchè la scaramanzia vuole che non si anticipi nulla. «Ricominci?» chiedo riferendomi alle tappe della sua vita che sono state tutte fermate brusche e nuove partenze a catapulta. «Ricomincio la corsa, sì. Tutta la mia vita non ho fatto che correre. Poi mi fermano. Dico: mi fermano (non mi fermo) poi continuo».

Siamo nel camerino del teatro Quirino che da lunedì ospiterà Anna Magnani per le prove de La lupa. Regia di Franco Zeffirelli.

il ritorno di Anna non è affatto un ritorno ma un nuovo decollo verso nuove mete teatrali e, certamente, nuovi trionfi.

Non ha mai decollato senza trionfare.

E quel teatro che fece dieci anni fa non c’entra nulla con questo. Oggi è un altro genere, altro stampo quello che è dato comunque dalla regia di Zeffirelli.

Altro il pubblico, altra Anna Magnani (che è passata, nel contempo, attraverso esperienze che se non l’hanno cambiata fondamentalmente, la hanno certamente resa più forte, più precisa e specifica), diverso soprattutto il punto di partenza.

Tutti sanno chi è Anna Magnani, chi la ama e chi la odia, guai se non fosse così, e tutti sanno che “La lupa” sarà Anna Magnani, non viceversa. Chi la ama andrà a vederla sperando di vedere la grande Anna.

E’ vestita di nero come sempre. Qualcuno ha messo una pianta nel camerino la cui terra è secca.
Anna si alza e riempie un bicchiere d’acqua e lo versa sulla terra. Poi ricomincia finchè dopo una decina di bicchieri la terra sembra dovutamente imbevuta. Le piante, la natura, gli animali sono la sua passione.

«Anna, dicono che chi ama tanto le bestie ama poco le persone».

«Io amo anche le persone, poche però questo è vero. Solo quelle autentiche. Gli animali sono come sono. Le persone recitano, quasi tutte, troppo…».

«Anche tu reciti, di professione perdipiù. Facemmo il medesimo discorso con Alida Valli la settimana scorsa ed ora mi vien da pensare che se lo dite voi attrici è un paradosso!».

«No cara. Sarò presuntuosa, ma io non credo di recitare. Io non recito. Recito male se provo a recitare. Vivo quello che faccio, o credo di viverlo che è lo stesso. Del resto anche se lavorando non è tutto autentico mica è detto che dopo le tre ore di lavoro devi continuare a recitare. Si diventa matti così».

«E’ passata ora la paura che avevi di apparire in scena? Temi il pubblico di Roma?».

«E’ passata, sì. Ora e grazie a Franco. E’ vero che avevo paura. Tanta… tanta… tanta che alla prima a Firenze mi mancò la voce. Non riuscivo proprio, mi sentivo bloccata perfino in questioni tecniche come quella di far “portare” la voce. Lo scrissero anche i giornali. Mi sentivano solo nelle prime file. E’ stata una grande prova. Uno entra all’improvviso, dopo anni di distacco, ed è lì solo davanti al pubblico. Solo per un’ora. Dentro di me è successo il finimondo. Momenti di sconvolgimento, anche momenti di ripiego; poi piano piano sono rientrata in me, ed è andata bene.

Il pubblico di Roma? Eh sì, un po’ lo temo. E’ la mia città, ci sono nata, la mia gente. Hanno scritto che ero tunisina e chessòio: hanno sbagliato. Sono romana, romana, romana, nata a Porta Pia. Roma mi fa un po’ paura perchè sento che il popolo mi ama, ma c’è tanta gente che invece… Prendi questo spettacolo di Franco Giulietta e Romeo. Hanno scritto certe critiche spaventose, poco obbiettive, poco serene. Il pubblico si lascia influenzare. Hanno scritto paradossi, assurdità senza metro di giustizia. Non è giusto stroncare così uno spettacolo per il quale una persona ha faticato, sudato, lavorato. La critica va bene ma c’è un limite ed oltre a quello la critica non è più critica, ma una ingiustizia…», mentre Anna sta parlando entra Franco Zeffirelli per prendere qualcosa. Afferra subito l’argomento. «Patetico, patetico!» esclama Franco ed esce.

«Anna, però lo sai che a Roma esiste un ambiente teatrale, intellettuale, politico, che costituisce  una specie di mafia e le cui reazioni non sono obiettive per partito preso. Sono i polemici per principio. Non pensi che lo sappia anche il pubblico e che dunque dia loro meno peso?»

«Non so, di queste cose non so. Non appartengo all’ambiente teatrale da tanto tempo. Però so che quel tipo di critiche può influenzare il pubblico, anche il mio pubblico».

«Dici che ami il popolo romano. Ma Roma sta cambiando e di popolo se ne vede sempre meno. Per la prima volta Roma si sta piegando ai miti esteri e sta sorgendo una città incolore o del colore del danaro!».

«Male! male! Speriamo che i romani si sveglino. Quelli che dici tu per me non sono romani. Lo so, capisco il fenomeno al quale ti riferisci. Ma la natura di Roma è indolente, è contraria a tutto questo gridare, questo travestirsi, queste macchine, non credo che lo faccia apposta. Dispiace certamente anche a Roma di vedersi trasformare». Anna emette un lungo sospiro.

«Non sei mai stata vittima di questa società che si veste Courrège perchè lo hanno visto sulle riviste francesi, e parla intermettendo frasi americane, e si classifica a vicenda a seconda dell’automobile. Non ti sei mai fatta invitare alle loro feste come pezzo di curiosità?»

«Poveretti me, fanno pena. Noo e quando mai ho sopportato simili cose? quando mai mi sono mischiata ad ambienti superficiali?».

«Dicono che in America sì…» ma non mi lascia finire.

«L’America è dura forse, non superficiale. Ci sono non so quanti milioni di abitanti a New York che lavorano. E tanti figli una grande città li fa duri e tenaci. La durezza la so affrontare ma la superficialità no. E’ come l’acqua la superficialità, ti scorre fra le mani, sfugge, è vile».

«Senti, tu sei coraggiosa ed affronti tutto ma non pensi che tanta aggressività, tanta forza sia una maniera di metterti da sola il bastone fra le ruote? Professionalmente bisogna spesso arrivare a compromessi per capirsi e farsi capire…».

«Eh, ma sono fatta così e sono contenta di essere fatta così. Pago da sola, non ho conti aperti. Spesso perdo anche buone occasioni e faccio errori ma non mi si può cambiare. A suo tempo per esempio persi la Ciociara. Volevano darmi Sofia Loren come figlia. Non era possibile, sarebbe stato assurdo. Non lo rimpiango perchè feci bene. D’altro canto forse fu un peccato. Ma non potevo piegarmi a quelle condizioni. Chiunque altro, anche la Bardot, ecco, sarebbe stata più adeguata, dico fisicamente. Non ho nulla contro la Loren ma era sbagliata nel ruolo della figlia. Sì, in vita mia ho perso occasioni e d’altro canto ho anche fatto cose che erano sbagliate e che mi hanno deluso e provocato dispiaceri. Ma sono fatta così. Devo lavorare con persone che mi amano intorno. Basta una mezza parola, un gesto, una occhiata per ferirmi e farmi disperare».

«Da chiunque?».

«Se mi offende qualcuno che amo mi viene il magone, mi commuovo. Se mi offende un altro reagisco molto male. Ho un brutto carattere, questo sì. Se il carattere non è soffocato dai sentimenti, bè, non sono facile».

«Questo si sa. Non si sa però come riesci a sfuggire un mondo che passa il proprio tempo a ferire per il gusto di farlo. Ti basta la casa al Circeo? Cosa fai quando sei lì?».

«Dormo. Dormo tanto. Mi piace dormire, quando dormi stai nel mondo che vuoi. Leggo, lavoro, ripulisco il giardino, prendo bagni, ho il sole, il mare i miei animali… vivo come loro e sto bene.
E’ vero che la gente ha una tendenza ad essere distruttiva. Ne risentii qualcosa al tempo del mio primo distacco. Il primo crollo dopo i trionfi italiani quando tutti mi davano per vinta. Ma poi è venuta l’America e Tennessee Williams che ha scritto cose bellissime per me e gli americani che hanno fatto il miracolo per me. Mi hanno circondato di un ambiente pieno di affetto, rispetto e fiducia. E’ stato un miracolo. E sono tornata qui ed allora andò di nuovo tutto bene anche per gli stessi che prima pronosticavano nero. Quelli dei clan che mi avevano fatto prima delle vere e proprie persecuzioni. Poi di nuovo il distacco. Ed ora riparto».

«Pensi di continuare in teatro?».

«Sì certamente, due o tre cose all’anno. Con Franco avevamo in mente per il futuro una versione dell’Antonio e Cleopatra. Abbiamo altri progetti. C’è anche il progetto di un film ma non ne parlo per scaramanzia. E’ Franco che mi ha riportato la fiducia. Questo meraviglioso Franco che mi istiga, mi spinge, mi da forza quando ho i momenti neri, non mi lascia cedere a me stessa. Ho molto bisogno di persone come lui. Sono tremendamente ricettiva alle persone distruttive che ti seminano intorno i dubbi e che ti vogliono abbattere. Riescono ad abbattermi, su questo non c’è dubbio. Sono vulnerabile l’ho detto. Mi creo complessi, mi vengono i veri complessi; a volte, anche a sproposito, le melanconie. Poi però appare una persona come Franco e basta lui a rimettermi in piedi. Pensandoci, se anche crollo facilmente riemergo facilmente…».

Rientra Franco: «Sapessi com’è infantile!» e riesce. Anna ride. Ma non è la sua risata scatenata. E’ una risata serena, un po’ melanconica e un po’ felice. E’ anche un po’ snervata, le chiacchiere lente la spazientiscono.

«Regista preferito di teatro?».

«Franco Zeffirelli».

«Di cinema italiano?».

«Fellini».

«Cinema mondiale?».

«David Lean… che poeta! Che grande regista! Non ha sbagliato un solo film». Ora si illumina e si entusiasma, Anna è una lampadina a mille luci.

«Ha la giustezza dei tempi, delle misure, sa trattare il racconto ed il personaggio con medesimo dosaggio. Non si compiace troppo della materia che tratta e non limita gli elementi. E’ l’unico grande regista che dimentica se stesso per dare tutto al film. Non si innamora dei particolari finendo col risaltare di persona anziché far risaltare l’opera. Il difetto maggiore degli europei. In Lawrence d’Arabia come ha saputo trattare il deserto! Santo cielo! dico: il deserto… chi altro avrebbe saputo? magnifico! Siamo tutti esibizionisti ed è naturale che lo siano anche i registi grandi ma lui no. Emerge per il suo talento e basta».

«Se fosse in tuo potere come cambieresti il mondo e la società attuale, per esempio quella romana?»

«Se fosse in mio potere la farei diventare più semplice. Com’è realmente. La semplicità rende i problemi e le loro soluzioni questioni universali. Il complicare rende meschino…».

E così Anna finisce questa conversazione con una affermazione che, ma certamente lei non lo sa, è la sostanza base degli scritti e delle teorie di un grosso psichiatra americano di nome Richard de Mille.

Anna è così. Giusta così com’è.

E dice verità perchè è assolutamente coerente con se stessa. E’ grande per questo. Per questo non si può dire di lei niente. Non si può aggiungere nulla all’evidenza del suo personaggio, né toglierle qualità, né insinuar dubbi.

La sua incredibile vivacità, la vulnerabilità della quale parla, l’infantilismo cui si riferisce Franco sono le paradossali qualità che emergono dal suo volto marcato e dalle occhiaie nere.

Mi viene da pensare che chi ha le doti naturali che possiede Anna, ed inoltre riesce a trasmetterle, possiede la più grande ricompensa che la natura possa dare. Ossia: non ha età. Ci sarà sempre un nuovo punto dal quale decollare e ripartire.

O. di Robilant

 

Intervista a Zeffirelli e Anna Magnani, Teatro Quirino

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